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L’Origine del Mondo

Il cavallo galoppava veloce sui ripidi sentieri che riportavano alla città. Stretto a lui assecondavo i suoi movimenti come in una lunga e frenetica danza. I rami degli alberi mi colpivano delicati in volto quando non riuscivo a schivarli in tempo. Alcuni mi ferivano la pelle, il bruciore era delicato, come lo schiaffo di un’innamorata. Correre tra i boschi e le colline della mia terra mi dava un brivido di libertà, di gioia. Ero finalmente libero, al di fuori dal tempo e dai doveri. Libero di correre solo, senza qualcuno che mi seguisse, mi aiutasse, mi servisse. Libero di godermi la mia solitudine. O quasi. Pochi istanti dopo che mi ero fermato in cima all’ultima collina nei pressi della città arrivò Lidiya, maestosa amazzone sul destriero nero che portava con ardore quasi sessuale.
I capelli scompigliati gli scendevano sulle spalle nude, e lambivano la sua delicata pelle. Gli occhi erano accessi da una passione e una frenesia selvaggia. Le sue guance erano arrossate dalla fatica di seguire la mia andatura. Credo di non averla mai vista così bella come in quel momento, era così umana, così piena di vita. Sapevo che quello era un addio. Tra poco sarei dovuto recarmi al tempio per prepararmi al rito.
Mi sporsi dal cavallo e baciai le sue delicate labbra. Lei non si oppose. Sapendo che questo sarebbe dovuto essere il nostro ultimo incontro, il nostro ultimo attimo rubato al destino, al futuro, lasciò che la sua lingua toccasse la mia. Che i nostri fluidi si mischiassero, così da restare uniti, in noi. Poi, senza dire una parola, come se il gesto appena concessomi l’avesse spaventata, girò il cavallo e proseguì veloce lunga la collina, in direzione della città.
Rimasi fermo a guardarla fuggire da me, per sempre. Non ero triste. L’amavo, e sapevo che questo bastava… ad entrambi.
Guardai la piccola cittadina che sorgeva alle pendici dell’alta montagna. Lo spettacolo mi mozzò il fiato per la nostalgia. Avrei mai più visto la mia città seduto sul mio destriero? Avrei più goduto del panorama delle alte torri che quasi accarezzavano il cielo? Soffermai lo sguardo sui piccoli tetti regolari delle case, piatti e splendidamente bianchi. Tutto era bianco e limpido. I quattro semicerchi concentrici che formavano le mura della città erano studiati in maniera da essere perfetti visti dall’alto. E al termine di essi, alle pendici della montagna, costruito con la medesima roccia antica, come un padre crudele sorgeva il tempio. Alto, imponente. Un unico grande edificio color oro, che risucchiava con la sua bellezza violenta la dolcezza del paesaggio che lo circondava. I due guardiani dorati sorgevano a fianco alla grande porta, e controllavano gli impuri quando la attraversavano. Erano due enormi statue di donna con la testa da tigre completamente ricoperte d’oro. I loro occhi erano rubini di dimensione inusitata e brillavano la mattina al sorgere del sole.
Poi il mio sguardo scivolò verso il cielo, verso quella che sarebbe stata la mia futura dimora. Guardai il piccolo tempio, costruito molto più in alto. Meraviglioso nella sua semplicità. La lunga scala che conduceva ad esso era un tunnel scavato nella roccia, e per quattro volte era chiuso da enormi portoni che nessun umano avrebbe mai potuto aprire. Le porte che io avrei dovuto varcare quella notte stessa. Le Porte del Peccato. Non si conosceva più il significato del loro nome, non si conosceva più chi avesse costruito quell’imponente struttura e perché. Si sapeva solo che quel tempio era proibito ai mortali, era la dimora del Dio. E da stanotte sarebbe stata la mia dimora.

La legenda la conoscevano tutti. La grande Dea madre, Ila, che aveva generato ogni creatura vivente sulla terra regnava felice nel suo piccolo paradiso. Vagava per la terra immersa nella natura, e nei piccoli animali che gli facevano compagnia. Ma dopo millenni trascorsi in solitudine guardò ciò che lei aveva creato evolversi, guardò ogni creatura e capì che tutte avevano un compagno, qualcuno di simile a loro. Guardò e rimpianse. Non c’era più nulla che potesse darle sollievo, si sentiva sola immersa nelle sue mille creazioni. Tutte così diverse da loro. Guardò e pianse, a lungo. Le sue lacrime si fusero con la roccia, e la corrosero fino a formare centinaia di esseri simili a lei. Nacquero donne e uomini, nacquero nel dolore. Nacquero nella solitudine. E lei non fu più sola. E lei fu felice. Ma la nascita era avvenuta nello spasimo della sua sofferenza e questo portò nel mondo emozioni estranee alla divinità. Il dolore della Dea creò l’invidia, la sofferenza, la rabbia, la sete di potere, la vendetta e tutto ciò che oramai dimora nel cuore di ogni uomo. Lei non poteva comprendere o concepire queste emozioni, ne era estranea, non facevano parte di lei e del suo mondo.
Poi Ila, nella moltitudine di creature che si riversarono per il mondo, scelse il suo compagno. Un bel giovane, dai grandi occhi verdi e i lunghi capelli neri. Lo scelse perché era bello, e perché era forte, un capo tra la sua gente, un guerriero. Ma la sua scelta fu sbagliata. L’antico Armide non era un uomo buono, era assetato di potere. Voleva il potere, e quando la Dea gli offrì il suo cuore non esitò a prenderlo. Quale potere poteva essere maggiore a quello di una divinità?
In una terribile notte, che segnò il cammino dell’umanità, lui rubò i poteri alla Dea. Li prese tramite il suo sesso, sottrasse i grandi poteri così come sottrasse la verginità della Dea. E lei divenne mortale, divenne umana, e il dolore la pervase. Conobbe tutte le sofferenza degli uomini, conobbe il tradimento, il disprezzo, la rabbia. Conobbe troppe cose, e morì.
Armide regnò per poco sul mondo, il potere della Dea era troppo forte per poter regnare nel cuore di un uomo malvagio. Si consumò, e fu facile per i sacerdoti di Ila sottrargli i poteri e donarli ad un uomo buono di spirito. Costui riusciva a sostenere meglio l’immensità della forza che lo pervadeva, ma era vittima di continui attacchi da parte degli uomini. Così i sacerdoti lo relegarono nel piccolo tempio in cima alla montagna, e lo protessero costruendo le quattro grandi Porte del Peccato, che nessun uomo poteva varcare. Ma presto si accorsero che il potere consumava lentamente anche l’uomo buono, che non poteva sostenerlo per periodi troppo lunghi, così ogni cinquecento anni un nuovo Dio sale sulla montagna e i poteri gli vengono trasmessi, secondo un antico e misterioso rituale.
I cinquecento anni erano passati, e quell’uomo sarei stato io.